Ho sempre sostenuto l'importanza di iniziare a ridere un pò sulla musicoterapia perchè ritengo che solo così potremmo farci finalmente prendere sul serio. C'è uno strano pregiudizio per cui credibilità e professionalità vadano di pari passo con l'assenza di sorriso, l'atteggiamento distaccato, l'espressione corrucciata, i paroloni difficili e via dicendo. A volte saper ridere di sè aiuta a ridimensionare l'idea che ci facciamo di noi stessi. Bene: visto che io ho una forte tendenza a sentirmi un quasi dio inizio a proporvi questo libro. "Da una lacrima sul viso...ovvero: come guarire i mali del cuore attraverso l'ascolto omeopatico delle 50 canzoni più deprimenti del pop italiano" è il titolo di un nuovissimo volume scritto da Paola Maraone e Paolo Madeddu e pubblicato da Kowalski la casa editrice di Gino&Michele. Di seguito riporto la esaustiva presentazione fatta da Sara Gambèro su Libero News reperibile nella sua veste grafica originale cliccando sul titolo del post.
Non tutto il male e la tristezza vengono per nuocere. Ovvero, anche la "melanconia" e il pessimismo di tante (troppe) canzoni italiane possono avere una finalità terapeutica.
Avete presente il principio di fondo dell’omeopatia, medicina alternativa sempre più diffusa e apprezzata? Alla base c’è il concetto di "similitudine" del farmaco (“similia similibus curentur”), cioè il fatto che le malattie possono essere curate con le stesse sostanze che le provocano e ne determinano i sintomi.
Ecco allora che secondo i due autori del libro “Una lacrima sul viso”, Paola Maraone e Paolo Madeddu in uscita in questi giorni, edito da Kowalski, le canzoni più deprimenti della storia della musica italiana possono diventare dei farmaci omeopatici ed essere utilizzate - a piccole dosi, s'intende - , come terapia per superare i momenti difficili.
Il libro, divertente e originale, con una prefazione di uno specialista del settore, il dj Linus, è strutturato in questo modo: ad ogni canzone deprimente è dedicato un capitolo, con la storia e le considerazioni sul brano e l’autore/i, la conseguente diagnosi del disturbo depressivo e la terapia (omeopatica-musicale) suggerita.
Generalmente consistente in canzoni antidoto che risollevino su il morale; a volte - omeopaticamente - dello stesso cantante, altre volte opposte e rallegranti. In pratica, una sorta di contrappeso, per ciascun brano, di un altro che ne attutisca l'impatto maniaco-depressivo.
Alcuni esempi di terapia? Per non uscire in cerca di Prozac dopo Amore che vieni, amore che vai di De Andrè, si consigliano Gocce di memoria di Giorgia. Per reagire a Ricordati di me di Antonello Venditti si può piombare a casa di una persona cara sgolandosi in Ci vorrebbe un amico. Mentre la straziante Poster di Claudio Baglioni andrebbe curata con Andamento lento di Tullio De Piscopo (“Show me show me the way, oh oh!”).
Secondo gli autori, la celebre Canzone di Marinella di Fabrizio De André rappresenta «uno dei momenti di massima perfezione della canzone depressiva italiana» («Questa di Marinella è la storia veraa/ che si gettò nel fiume a primaveraa...»).
Peggio ancora è il Battisti de I giardini di Marzo: ("L'universo trova spazio dentro me, ma il coraggio di vivere quello ancora non c'è"). In questo caso la diagnosi dei due scrittori, condotta partendo da Lutto e melanconia (1917) di Sigmund Freud, è impietosa: «Abbattimento, cessazione dell'interesse per il mondo esterno», nonché «perdita della capacità di amare, diminuzione della considerazione di sé», fino all'insorgere dell'impulso suicida.
E pure Francesco Guccini, in caso di potenziale depressione, non è certo indicato: si passa da i bambini di "Auschwitz", «passati per un camino...» al ferroviere proletario che si schianta con la Locomotiva dell'omonima canzone, fino a a "Canzone per un'amica", scritta "in morte di S. F." per un incidente stradale («Lunga e diritta correva la strada/ l'auto veloce correva/ non lo sapevi che c'era la morte quel giorno che ti aspettava, ma cosa hai pensato quando lo schianto ti ha uccisa, quando la vita è fuggita......).
E cosa dire dell’Ultimo bacio di Carmen Consoli, o di Dimmi che non vuoi morrire di Patty Pravo. Canzone in realtà scritta dal "Blasco" Rossi nazionale, presente nell’elenco anche con Ogni volta (Ogni volta che non guardo in faccia a niente e ogni volta che dopo piango/ogni volta che rimango con la testa tra le mani e rimando tutto a domani … ).
Per non parlare di Silvia che "non sa che Luca si buca", di Carboni, delle Sere nere di Tizano (tocca) Ferro o della Solitudine della Pausini di inizio carriera, precuramente pre Grammy.
Fiorella Mannoia, poi, è definita da Maraone e Madeddu come "La cantante che meritava l'apostrofo". (M'annoia). Claudio Baglioni è invece soprannominato “Agonia”, mentre Eugenio Finardi, con il suo Extraterrestre merita una diagnosi di disturbo schizotipico della personalità.
Alla fine del libro, c’è anche un divertente test per individuare la propria patologia e relativa cura omeopatica musicale. È diviso su 3 colonne: in una si individua il proprio disturbo (perdita dell’amore, panico, ombrosa disperazione, intensa rabbia, disillusione, ecc.). Nella seconda si deduce “probabilmente soffri di” (sindrome di abbandono, depressione schizoide, lutto e melanconia, ma anche “sei un bietolone”). Nella terza infine si individua la canzone deprimente del caso.
Curiosità: proprio Una lacrima sul viso, celebre canzone di Bobby Solo (nome decisamente in tema) che pure dà il titolo al libro, non è presente nella top 50 delle canzoni da depressione. Forse perché nonostante il "piantino" iniziale, parla non di abbandono o morte, quanto di un amore rivelato e ritrovato: "Una lacrima e un sorriso, m'han svelato il tuo segreto/che sei stata innamorata di me ed ancora lo sei./ Quella lacrima sul viso è un miracolo d'amore che si avvera in questo istante per me che non amo che te". E in mezzo a tanta tristezza, è sicuramente un messaggio di speranza.
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26 febbraio, 2006
Da una lacrima sul viso
25 febbraio, 2006
Musicoterapia in televisione
Una settimana fa, per la precisione domenica 19 febbraio 2006, su Rai International è andata in onda la rubrica Cristianità. I temi affrontati nella puntata, nel giorno in cui la Chiesa rifletteva sulla pagina evangelica della guarigione del paralitico, sono stati: la carità verso i portatori di disturbi psichici, le cause delle malattie psichiche e la loro prevenzione, la fragilità delle nuove generazioni e i ritmi imposti dalla vita moderna, la musica come terapia dell'anima, la musica che guarisce, la musica per pregare e quella per amare. All'interno della trasmissione, largo spazio è stato dato alla musicoterapia in Conservatorio. Qualcuno ricorderà che all'inizio di dicembre anche nel nostro Blog in questo post comunicammo la notizia che vedeva finalmente l'approvazione da parte del Ministero dell'istruzione di due Corsi di Specializzazione in Musicoterapia presso il Conservatorio di Verona e il Conservatorio dell'Aquila. Padre Carlo Colafranceschi, già provinciale dei Padri Camilliani,
il maestro Bruno Carioti (nella foto in alto), direttore del Conservatorio de L'Aquila, e il prof. Massimo Casacchia, ordinario di Psichiatria presso l'Università degli Studi di L'Aquila e direttore della Clinica Psichiatrica, sono stati gli ospiti principali della puntata. Accanto a loro, la prof. Beatrice Gargano, docente del Conservatorio de L'Aquila (nella foto a lato) e la prof. Rita Roncone, Professore Associato di Psichiatria, Presidente Corso di Laurea Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica, Direttore del Centro per lo Studio dei Disturbi del Comportamento presso l'Università degli Studi de L'Aquila. Contestualmente, il gruppo vocale e strumentale "A. Casella" del Conservatorio de L'Aquila, diretto da Ezio Monti.
Cliccando sul titolo di questo post si accede alla pagina di Rai International on line e si può visionare la registrazione della puntata.
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23 febbraio, 2006
Improvvisare od eseguire?
Questa domanda mi piace un sacco perchè mi ci sento proprio "in mezzo". Va da sè che non c'è una risposta univoca ma è un buon punto per riflettere sulla disciplina musicoterapica. Anche il ragionamento che seguirà è pieno di ulteriori domande quindi consiglio vivamente a coloro che sperano in una soluzione definitiva di abbassare le aspettative. Partiamo dall'inizio: non esiste un'unica posizione sull'importanza delle competenze musicali relative all'operatore di musicoterapia. Ci sono alcuni metodi, scuole, tecniche e modelli di musicoterapia che non prevedono conoscenza e padronanza dell'arte esecutiva, improvvisativa o compositiva da parte del musicoterapeuta. Spesso (ma ci sono notevoli eccezzioni) chi si approccia alla formazione in musicoterapia proveniendo dal mondo clinico (neuropsichiatri, psichiatri ecc.), o chi (da musicista) aspira al riconoscimento sociale ed economico che queste professioni promettono, una volta diplomato, sfrutta soprattutto il potere dinamicizzante, regressivo, evocativo della musica ricavabile da procedure di ascolto guidato che di per sè stesse non obbligano in nessun modo il professionista a possedere competenze musicali di qualche tipo. Oltre alle caratterisitche succitate, le tecniche musicoterapiche che non prevedono esecuzione o improvvisazione hanno il vantaggio di essere ripetibili, standardizzabili, numerabili: tutti elementi che, insieme ad altri, favoriscono la ricerca e la sperimentazione di tipo quantitativo. In questa categoria non è raro trovare delle compilation, dei repertori...insomma delle selezioni possibili di incisioni che per qualche motivo vengono consigliate. Ci sono altri metodi che invece sottolineano senza mezzi termini la necessità che il musicoterapeuta sia un musicista, anzi, un musicista d'eccellenza. Sto pensando a tutto il movimento della musicoterapia centrata sulla musica. In questo post vorrei riflettere su un'ulteriore suddivisione che esiste all'interno di questa seconda posizione: se accettiamo, per questa discussione, che l'operatore di musicoterapia deve possedere delle capacità strumentali medio-alte, concretamente come le impiega durante l'incontro con l'utente o il gruppo di utenti? Cosa esegue...se esegue? Cosa improvvisa ...se improvvisa? Esiste un repertorio musicoterapico? Per quello che mi è sembrato di capire, ma accetto volentieri smentite, in Italia, una volta superato il famigerato ed ormai obsoleto iato tra musicoterapia attiva e musicoterapia recettiva, chi si riconosce tra i musicoterapeuti musicisti immediatamente sottolinea l'importanza dell'improvvisazione: in altre parole, appartenere alla famiglia della musicoterapia musico-centrata è uguale a definirsi abili improvvisatori. Addirittura se per sbaglio "esegui" qualche cosa, che tradotto significa "scegli un pezzo dal tuo repertorio e lo suoni", vieni guardato come uno che non ha capito niente di musicoterapia. Ricapitolando: se fai musicoterapia ma non sei musicista puoi eseguire tramite disco tutti i repertori che vuoi...se fai parte invece dei musicoterapeuti musicisti ti è concesso solo di improvvisare. Per far contenti tutti bisognerebbe prendere in considerazione altre due possibilità: improvvisare un'esecuzione ed eseguire una improvvisazione :-). Ma in cosa consiste questa improvvisazione?
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18 febbraio, 2006
Il suono sottile
L'Associazione Culturale Fuscus Club – La Valle del Nestore, di Castiglion Fosco, organizza, in collaborazione con la Pro Loco di Monteleone d'Orvieto "IL SUONO SOTTILE", conferenza concerto sugli aspetti fisici e metafisici del suono e della musica di Riccardo Misto. L'appuntamento è per sabato 18 febbraio alle ore 17.30 presso il Teatro dei Rustici di Monteleone d'Orvieto, in Piazza del Municipio.
Nel minuscolo e bel Teatro, il più antico tra i quattro più piccoli teatri del mondo, il musicista e musicoterapeuta Riccardo Misto illustrerà i fondamenti teorici della musica orientale. Suonerà antichi strumenti tipici dell'India e canterà con la tecnica degli overtones (armonici), conducendo lo spettatore in un affascinante "viaggio sonoro". Saranno rivelate e fatte sperimentare alcune tecniche del Nada Yoga (yoga del suono), millenaria disciplina indiana e tibetana che presuppone l'origine vibratoria, e quindi musicale, di ogni essere del creato. I mandala sonori, realizzati da Silvia Refatto, commenteranno visivamente i vari momenti artistici e musicali proposti nel corso della conferenza e della serata.
Riccardo Misto è musicista, musicoterapeuta, autore e compositore. E' presidente dell'ARMON, Associazione per la Ricerca sulla Musicoterapia Orientale Nada Yoga. Ha lavorato con Pino Donaggio nella realizzazione di colonne sonore per il cinema e la TV ed ha pubblicato lavori originali su musicassette e CD. Membro Fondatore del Gruppo '90 ArtePoesia di Padova, svolge attività concertistica da solista e in formazioni etniche di world music, suonando numerosi strumenti delle varie culture extraeuropee (sarod, sitar, rebab, oud, santur, yan chin, saz, tampura, veena). Ha pubblicato articoli sul suono, la musica e la terapia per varie riviste (Progetto Uomo-Musica, Enciclopedia Medicina Alternativa, I Nuovi Delfini, Psicolab). E' docente di Nada Yoga (yoga del suono) e Overtones singing (Canto Armonico). Ha pubblicato nel '99 il CD di musica new age "New India Company" e nel 2004 il CD antologico "Rebab Collection".
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16 febbraio, 2006
Musicoterapia Coreana
Ogni tanto un post leggero ci vuole altrimenti poi la gente pensa che la musicoterapia sia una cosa da dottori ;-) Questa mattina quando sono sceso a ritirare la posta ho trovato una piacevole sorpresa: una lettera dell'Associazione Coreana di Musicoterapia. Incredibile!!!! Mi hanno inviato una lettera per invitarmi a mandare un paper da presentare al Congresso Internazionale di novembre. Ovviamente non essendo io un luminare questo significherebbe almeno due cose: 1) non è detto che la commissione scientifica accetti il mio abstract e 2) ancora più importante non ho i soldi per pagarmi il viaggio e l'iscrizione all'evento. Ma al di là di queste piccolezze la cosa che mi ha fatto riflettere è che mi scrivono dalla Corea e qui in Italia al di là degli amici che leggono queste mie solitarie elucubrazioni semi-serie nessuno sa chi sono...
E' divertente questa cosa!
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09 febbraio, 2006
Quale musica ascoltare per...?
Ecco un'altra di quelle domande che accompagnano la vita di chi fa musicoterapia. Appena le persone intuiscono che tipo di mestiere fai, scatta l'interrogatorio su quale pezzo bisogna ascoltare per far passsare l'emicrania, far nascere sano il bambino, digerire la porchetta, ridurre l'ansia, gestire le fobie, far sparire le smagliature, eliminare le maniglie dell'amore, aumentare le prestazioni sessuali, far crescere i capelli e via di questo passo. La lista è praticamente infinita. Di fronte ad una domanda così complessa la risposta è molto semplice, talmente semplice che non convince e le persone ti riformulano la domanda in modo diverso perche temono di non essere state sufficientemente chiare. "Ma tu che fai musicoterapia che musica mi consigli per...?" La domanda anche se posta diversamente ha un vizio di forma che fa si che la risposta non soddisfi. Una delle poche costanti fondanti questa disciplina, a prescindere dal tipo di musicoterapia, dal modello di musicoterapia e dalle tecniche usate è che possiamo riconoscere come musicoterapico un evento che vede DUE protagonisti: uno di questi ha il ruolo di facilitatore e l'altro di facilitato. Uno di questi si rivolge all'altro cercando soluzione a un qualche tipo di problema. L'altro ha una formazione tale che gli permette di dare delle risposte professionali a tali problemi. Entrambi si impegnano a fare un percorso insieme dove ci sono regole, diritti e doveri. Quando la domanda scavalca a priori questo prerequisito distintivo di una relazione musicoterapica non si capisce perchè si considera il musicoterapeuta esperto. Ognuno è esperto per sè stesso e per ognuno ci sarà LA musica giusta da ascoltare per...Non possiamo pensare ad una ricetta dove viene prescritto Vivaldi opera xy per tutti indistintamente...Ci sono dei criteri di massima che permettono di discriminare grossolanamente una serie di elementi che troviamo in modo ricorrente nella musica considerata rilassante piuttosto che in quella attivante ma questa è la massima generalizzazione che possiamo fare. Ricordiamoci che la musica che oggi mi rilassa domani potrebbe annoiarmi e ieri aver fatto ballare un altro ascoltatore.
Elementi musicali potenzialmente stimolanti:
- cambiamenti imprevedibili del tempo
- cambiamenti imprevedibili o improvvisi del:
volume
ritmo
timbro
altezza (frequenza)
armonia
- ampie variazioni nell’arrangiamento del pezzo
- dissonanze inaspettate
- accenti inaspettati
- timbri aspri e striduli
- assenza di struttura e forma nel pezzo
- improvvisi accelerando, ritardando, crescendo e diminuendo
- interruzioni inaspettate nella musica
Elementi musicali potenzialmente rilassanti:
- tempo senza variazioni
- stabilità o cambiamenti graduali del:
volume
ritmo
timbro
altezza (frequenza)
armonia
- modulazioni armoniche prevedibili
- cadenze appropriate
- linee melodiche prevedibili
- ripetizione
- struttura e forma
- timbri delicati
- pochi accenti
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04 febbraio, 2006
Piatto oscillante
Due pionieri della musicoterapia mondiale, Paul Nordoff (1909-1977) e Clive Robbins (1927-) all'inizio della loro collaborazione professionale, parlando dello strumentario necessario per far partecipare attivamente e creativamente anche l'utenza, proponevano di collocare nella stanza un rullante ed un piatto oscillante. Oggi noi siamo abituati a fornire ai partecipanti molti strumenti e anche chi pratica il metodo Nordoff-Robbins ha allargato il parco-strumenti. E' comunque indubbio che qualche vantaggio c'è ad inserire tra gli altri strumenti anche il piatto e il rullante. In questo post mi soffermerò un pò sui vantaggi e gli svantaggi legati all'utilizzo del piatto nel setting di musicoterapia.
Preciso immediatamente che quando dico "piatto" intendo lo strumento più il supporto che normalmente è un'asta. Relativamente all'asta va poi detto che è molto meglio se comperiamo un'asta a giraffa. Lo sonodo e il braccio di quest'asta ci permettono infatti di avvicinare il piatto anche a chi è seduto su una carrozzina o sdraiato a letto. Personalmente uso molto il piatto quando lavoro con gruppi. Se sto facendo musicoterapia con gli anziani non tutti i partecipanti sono in grado di tenere in una mano un tamburo e con l'atra un battente. A chi non ha il pieno controllo di entrambe le mani, potrei offrire uno strumento a scuotimento come una maracas o un campanello ma dal punto di vista dell'importanza percepita non c'è confronto tra il "suonatore di tamburo" e il "suonatore di campanellino". Essere il "suonatore del piatto" invece mantiene in un certo senso le proporzioni di autorevolezza sonora che si creano tra i vari strumentisti del gruppo. Chi suona il piatto è degno di essere ascoltato sia per il volume di suono emesso dallo strumento che per la sua unicità: il piatto infatti è unico mentre i tamburi sono molti.
Questo strumento mi permette poi di differenziare i ruoli "formali" quando si lavora con la performance improvvisativa di un tema "dato". Chi ha il piatto è il segnalatore delle variazioni, dei crescendi, dei diminuendi, dell'attacco e della conclusione..insomma il "piattista" diventa un direttore d'orchestra. Un'altra caratteristica che mi piace molto del piatto è la sua facile condivisibilità. Se si mette lo strumento tra due partecipanti è possibile attivare una serie di giochi molto divertenti e nello stesso tempo importanti sia dal punto di vista motorio, cognitivo ed anche sociale. La possibilità di regolare altezza, inclinazione e vicinanza dello strumento mi offre innumerevoli spunti per ottenere gesti finalizzati che possono in alcuni casi tornare utili ai fini riabilitativi o psicomotori. La sfera cognitiva viene coinvolta dall'aspetto percussivo offerto dallo strumento che tradotto in altre parole significa attenzione e concentrazione su una consegna di tipo ritmico. Chi non si è mai trovato in difficoltà nell'andare a tempo con un beat dato ??? La condivisione poi mi obbliga a ragionare in termini di turni, attese, regole che sono i prerequisiti di qualsiasi relazione sociale nel nostro quotidiano. Dimenticavo...possiamo variare l'aspetto dinamico usando battenti diversi che vanno da quelli con pomello ovattato fino alle spazzole. La percussione al centro della campana e quella vicino al bordo infine ci permette di variare il timbro...insomma vi consiglio di inserirlo nel vostro strumentario!
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