
Può capitare che tutto questo rimanga una buona pratica suggerita dai manuali ma che poi in realtà, soprattutto quando si lavora dentro a delle istituzioni, tutto si svolga in modo tale che ci troviamo a lavorare con persone inviate al musicoterapeuta senza un minimo di programmazione d'equipe o di consultazione. Questo si traduce in partecipanti che, fosse per loro, andrebbero volentieri a farsi una passaggiata invece che venire a cantare, suonare, improvvisare, comporre ...e quindi?
A volte non è la persona a decidere ma il responsabile interno ad una struttura, un familiare, un caregiver che ritiene che la partecipazione ad un incontro di muscioterapia potrebbe giovare ad un particolare utente. Se un utente adulto in grado di esprimersi, viene "inviato" alla musicoterapia da terzi e dichiara verbalmente, oltre a dimostrarlo non verbalmente, di non essere interessato al contesto sonoro-musicale, non ha nessun senso forzarlo a partecipare. Ovviamente si tenta di creare curiosità, motivazione ed interesse. Si può far sapere all'interessato che qualora lo volesse c'è questa opportunità ma niente di più. Il resto si combatte su altri fronti: si va a fare una discussione con l'inviante armandosi di pazienza e diplomazia.
Se il contesto è gruppale, si può invitare il singolo non motivato a "stare" nella stanza senza "fare" ed eventualmente a non venire la volta successiva.
Mi rendo conto che le possibilità e la casistica sono infinite e per ognuna c'è un comportamento specifico da adottare. Questi sono solo due esempi...
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